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La storia del successo di Principessa Mononoke

Principessa Mononoke torna al cinema, per la prima volta in 4K, dal 4 al 10 giugno. Ci prepariamo ripercorrendo la storia del suo successo, con l’approfondimento di Gianmaria Tammaro.

Di Gianmaria Tammaro*

Principessa Mononoke rappresenta un vero e proprio spartiacque all’interno della carriera di Hayao Miyazaki. È uscito per la prima volta nelle sale giapponesi nel 1997: cinque anni dopo Porco Rosso e quattro anni prima de La città incantata. Ha permesso a Miyazaki di farsi conoscere anche al di fuori del Giappone da un pubblico ampissimo e di essere distribuito dalla Disney, ed è stata anche una prima volta per il regista giapponese, visto che per la sua realizzazione è stato utilizzato il digitale. Prima di allora, Miyazaki non lo aveva mai usato. Anzi, per essere più precisi: lo aveva usato solo per il videoclip di una canzone, On Your Mark di Chage & Aska. Quella è stata la prima e unica volta che Miyazaki ha diretto un videoclip nella sua carriera. All’inizio non voleva nemmeno farlo. Ma poi, vedendolo come una possibilità per sperimentare, ha accettato. 

La produzione di Principessa Mononoke è cominciata più o meno in quel periodo, tra il 1994 e il 1995. Miyazaki rifletteva su questa storia da diverso tempo. Negli anni Ottanta, voleva farne uno speciale televisivo e aveva anche disegnato alcune tavole. Alla fine, però, non se ne fece più niente, e le tavole vennero raccolte in un volume, in cui lo stesso Miyazaki ammetteva la difficoltà di adattare quella storia per il cinema. Principessa Mononoke nasce come un film storico, con una ricostruzione di un periodo preciso e l’intenzione di Miyazaki di esplorare intimamente la crisi che, prima dell’inizio dello shogunato, aveva sconvolto il Giappone. Si trattava, inoltre, di un film d’azione. E questa era un’ulteriore sfida. 

Se Miyazaki si decise a lavorare a Principessa Mononoke, fu merito di Toshio Suzuki, lo storico produttore dello Studio Ghibli, che aveva capito che, una volta superati i cinquant’anni, Miyazaki non avrebbe avuto altre occasioni per realizzare un’opera del genere. Un’opera che, già sulla carta, dimostrava di essere estremamente ambiziosa e complessa. Dopo il successo di Porco Rosso e con la fine della lavorazione di Pioggia di ricordi di Isao Takahata, che Miyazaki aveva seguito come produttore esecutivo, era arrivato il momento per lo Studio Ghibli di investire ancora di più e di provare a passare al livello successivo. Per gli animatori si trattava di una sorta di sfida, mentre per Suzuki si trattava di sfruttare la visibilità che lo Studio Ghibli aveva raggiunto nel corso degli anni per mettere insieme un budget importante, superiore a quello di qualunque altro film realizzato precedentemente.

In un primo momento, Suzuki arrivò a un budget di circa 2 miliardi di yen, più o meno 11 milioni di euro. Alla fine, il budget si assestò intorno ai 6 miliardi di yen, quasi 32 milioni e 500 mila euro. La protagonista di Principessa Mononoke, come suggerisce il titolo, doveva essere inizialmente San: una ragazza cresciuta dai lupi, nella foresta, e nemica giurata degli esseri umani. Miyazaki, però, non pensava che una storia del genere, una storia sostanzialmente di vendetta, potesse funzionare. Nel corso delle varie riscritture e dei lavori, il punto di vista si spostò gradualmente sul personaggio di Ashitaka, un ragazzo che viene colpito da una maledizione e che si mette in viaggio per provare a salvarsi. A un certo punto, Ashitaka e San si incontrano e in qualche modo il loro rapporto diventa una sorta di specchio in cui si riflettono tanto le contraddizioni quanto le speranze della società.

Miyazaki aveva anche l’intenzione di cambiare il titolo. Fu Suzuki, però, a mantenere Principessa Mononoke. E se in un primo momento Miyazaki non accolse bene questa decisione, successivamente finì per accettarla e per tornare a lavorare. Per sviluppare Principessa Mononoke vennero coinvolti ben tre direttori artistici e solo per gli sfondi e le ambientazioni la supervisione venne affidata a cinque persone. Per Miyazaki era importante rappresentare nel modo giusto la foresta. Non solo perché si trattava di uno dei luoghi più presenti nel film, ma soprattutto perché era, a sua volta, un personaggio. Anzi, era uno dei personaggi principali dell’intero racconto. Il tema su cui Principessa Mononoke si focalizza maggiormente è il rapporto dell’uomo con la natura: la fame sempre più incontrollabile di innovazione e avanzamento tecnologico; le guerre che si è disposti a combattere pur di ottenere il potere, e la conseguente responsabilizzazione delle future generazioni con il peso delle scelte e delle azioni dei loro genitori. 

L’era Muromachi, in cui più o meno si svolge la storia, offriva secondo Miyazaki la possibilità di riflettere sul presente. Alla fine degli anni Novanta, si respirava un clima di estrema incertezza, che Miyazaki voleva riuscire a rappresentare a tutti i costi. Per qualcuno, Principessa Mononoke è un film rivolto principalmente a un pubblico adulto, ma Miyazaki ha sempre ribadito che i più giovani non hanno alcun bisogno di spiegazioni o di essere aiutati per comprenderlo. Anzi, ha detto, spesso sono proprio i più giovani quelli più consapevoli del significato e del peso delle scelte che ha preso. Se Principessa Mononoke è stato in grado di raggiungere il successo, il merito è anche di un’altra persona: Toshio Suzuki. 

Fu Suzuki a rivoluzionare completamente il modo di comunicare il film. Innanzitutto, decise di investire circa 5 miliardi di yen in pubblicità, stringendo accordi con televisioni e giornali, insistendo nella costruzione di veri e propri speciali legati a Principessa Mononoke. E fu sempre Suzuki a insistere perché il trailer del film contenesse scene d’azione e di combattimenti, proprio per cercare di allargare ulteriormente il pubblico di riferimento. Alla fine, Principessa Mononoke arrivò a incassare, nella sua prima distribuzione nelle sale giapponesi, circa 19 miliardi di yen, ovvero 102 milioni di euro. Una cifra enorme, che non poteva passare assolutamente inosservata, né in patria né tantomeno nel resto del mondo.

Non ha senso definire questo film come “il film della maturità” per Hayao Miyazaki. È indubbiamente un film diverso rispetto a quelli che aveva diretto fino a quel momento: un film che gli ha permesso di sperimentare e, soprattutto, di mettersi alla prova, ma che in nessun modo riscrive o stravolge la sua visione. Miyazaki era già un autore consapevole e attento quando ha lavorato a Kiki – Consegne a domicilio e a Porco Rosso. In Principessa Mononoke sono stati riversati elementi diversi, alcuni tratti da storie illustrate e manga (pensiamo, per esempio, a Il viaggio di Shuna, in Italia pubblicato da Bao Publishing, e alla somiglianza che accomuna il suo protagonista e Ashitaka). 

Principessa Mononoke ha dato modo a Miyazaki di parlare con un pubblico globale e di finire sul radar dell’Academy (La città incantata, la sua opera successiva, vinse l’Oscar come miglior film d’animazione nel 2003, diventando il primo anime a raggiungere questo traguardo). Per la distribuzione nel mercato americano, la Disney si era affidata alla Miramax di Harvey Weinstein che, secondo fonti diverse, voleva ridurre la durata di Principessa Mononoke. Fu Suzuki a impuntarsi riuscendo a mantenere Principessa Mononoke nel suo montaggio originale (secondo alcune voci, mandò a Harvey Weinstein una katana con un bigliettino, “no cut”). 

Stando ad alcuni studi dell’epoca, un giapponese su dieci vide Principessa Mononoke sul grande schermo. Ma il suo successo non si fermò qui (tra parentesi: lo Studio Ghibli fu in grado di rientrare di tutte le spese già solo con gli incassi cinematografici, una cosa che precedentemente gli era riuscita solo con Kiki – Consegne a domicilio). Principessa Mononoke, infatti, si trasformò in un fenomeno di massa, che andò avanti per molto tempo. Lo stesso Miyazaki non riusciva a spiegarsi il motivo. Eppure è chiaro che l’insieme di elementi differenti – come la protagonista, il tono della storia, i riferimenti a una determinata epoca – giocò un ruolo fondamentale nell’attirare l’attenzione di un pubblico decisamente più ampio di quello che, fino a quel momento, aveva seguito Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli.

 

*Gianmaria Tammaro è un giornalista specializzato in cinema, tv e fumetto. Collabora con alcune delle testate italiane più importanti, come il Corriere della Sera, La Repubblica, Rivista Studio e Sky TG24. In passato, è stato curatore della sezione Movie di Lucca Comics and Games e direttore della sezione CartooNa del COMICON di Napoli. Ha moderato le Masterclass Off del Giffoni Film Festival e diretto la prima edizione del SeriesCon di QMI. Ha scritto anche per testate straniere, come il Guardian e The Hollywood Reporter. Per Mondadori ha curato Dove è nato Totoro; con Einaudi ha pubblicato il saggio Punti di visione, dove ha approfondito la crescente vicinanza tra cinema, tv e fumetto. È autore e host di alcuni podcast (Intermezzo Podcast, prodotto da Adler Entertainment, la prima stagione di Voci Italiane Contemporanee di MUBI e Prime Visioni di Lucky Red).
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