Con la sua straordinaria interpretazione in Sentimental Value, dal 22 gennaio al cinema, ha conquistato Golden Globe ed European Film Award: intervista a Stellan Skarsgård.
Pochi giorni fa, Stellan Skarsgård ha vinto il Golden Globe per la sua interpretazione in Sentimental Value, il nuovo bellissimo film di Joachim Trier (La persona peggiore del mondo) in uscita al cinema dal 22 gennaio. La sorpresa per questo premio, condivisa anche dallo stesso attore al momento dell’accettazione sul palco, deve essere stata direttamente proporzionale alle diverse decine di secondi che ha impiegato per raggiungerlo – da lì dove lo avevano fatto sedere, all’estrema periferia della sala grande del Beverly Hilton Hotel – quel palco.
Fateci caso, recuperate i video del momento. Non per muovere una critica ai Golden Globe, sempre molto attenti ad allestire le delegazioni dei film favoriti affinché possano guadagnare più rapidamente la prima fila, se chiamati. E non solo per il bellissimo discorso che poi Stellan Skarsgård ha tenuto, su quel palco. Ma perché è un’immagine che colpisce. In un certo senso è rappresentativa del viaggio e delle sensazioni che precedono Sentimental Value.
Perché ciò che agli occhi degli americani può apparire come “un piccolo film norvegese, senza soldi da investire in marketing e che attraverso questo può guadagnarsi la possibilità di girare il mondo” – come ha detto Skarsgård e come ci aveva già detto nel corso di questa intervista – è tutto ciò che il cinema europeo può offrire e raramente riesce anche solo a sognare di regalare. Pochi giorni dopo, ha ottenuto sei European Film Awards, gli “Oscar europei”: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura, Miglior Colonna Sonora, Miglior Attrice a Renate Reinsve e nuovamente Miglior Attore a Skarsgård.

Ma al di là dei premi, Sentimental Value è nella sua essenza un film che arriva da lontano, dallo scorso Festival di Cannes dove ha ottenuto il Gran Prix Speciale della Giuria, per imporsi col tempo. Apparentemente, è un film che parla di famiglia in una cornice metafilmica. Un padre regista (Skarsgård) con un pessimo rapporto con le figlie (due incredibili Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas) tenta un ultimo film, il suo più intimo e personale, offrendo alla prima il ruolo da protagonista. Al rifiuto, offre la parte a un’attrice hollywoodiana interpretata dalla bravissima Elle Fanning. Nei fatti, è tutto ciò che il cinema intimista di Joachim Trier sa offrire, e anche di più, forte di quattro interpretazioni indescrivibili, una bellissima ambientazione, musiche, capacità di incapsulare l’umano.
Ritroviamo tutta quella ricchezza in una lunga intervista con Skarsgård, di qualche settimana precedente alle premiazioni. Profetica? Chissà. Di lui colpisce l’uomo, prima che l’attore. La sua deferenza, il pensiero critico, l’incredibile capacità descrittiva, una sboccata tendenza all’autoironia quando si tratta di parlare di sé. L’umiltà: ci accoglie sulla soglia di un’angusta stanza d’albergo del quartiere Esquilino di Roma, stringendo la mano uno per una a tutti i giornalisti in fila; si presenta a ciascuno dicendo “Stellàn”, con l’accento aperto sulla A contro la pronuncia americana. E cominciamo. Tutto ha il sapore di qualcosa di raro.
Sentimental Value racconta delle cose che rischiamo di perderci per strada nel perseguimento dei nostri sogni e di una carriera. Ha mai avuto la stessa impressione del suo personaggio, di essersi perso qualcosa lungo il percorso, al costo del successo?
Quando mi hanno inviato lo script e ho scoperto che mi stavano proponendo di interpretare un regista, il mio primo pensiero è stato: “Ah, vendetta!”. [Ride] Ma ho capito fin da subito che non si sarebbe trattato di quello, non era neanche la personificazione di un regista, ma di un qualunque artista. Poteva essere un pittore, un musicista, qualunque cosa. Rendere professione la propria passione ti richiede di scommettere tutto, di essere completamente votato alla tua arte, tanto da mettere a repentaglio la possibilità di avere relazioni normali, di dedicarti a tutti gli altri aspetti e gli affetti che fanno la vita di una persona. Ma per mia fortuna, da quando ho lasciato il Teatro Reale Drammatico di Stoccolma nel 1989, dopo 16 anni che ero lì, e ho iniziato a fare film, questo mi ha dato la possibilità di lavorare quattro mesi l’anno e passare gli altri otto a casa, in famiglia. Era il giusto equilibrio per costruire un rapporto familiare sano. Però se chiedete al mio secondo figlio, Gustaf, anche lui attore… Dopo aver visto Sentimental Value mi ha detto: “Bellissimo film, ti ci sei rivisto un po’?”. Secondo lui sono stato un po’ assente come padre. Non perché non fossi lì con loro fisicamente, ma perché anche quando c’ero, non ero veramente lì, avevo la testa ad altro. Diciamocelo, non esiste genitore perfetto. Avere otto figli non è facile, ciascuno è diverso con le sue diverse necessità, alcuni hanno bisogno di maggiori attenzioni, forse troppe, altri sono del tutto indipendenti. È difficile trovare un equilibrio.
Un po’ come il personaggio di Renate Reinsve, che segue quella stessa carriera che l’ha tenuta lontana dal padre, cinque dei suoi figli hanno seguito le sue orme. Ma qualcosa deve pur averli affascinati, nel suo lavoro di attore.
Probabilmente hanno solo pensato: “Se la spassa alla grande”. Avranno pensato fosse un ottimo modo per guadagnarsi da vivere e divertirsi, nel frattempo. Io non li ho influenzati di certo, non direttamente almeno. Non ho raccomandato loro di diventare attori, o dottori, o alcunché. Ma di sicuro mi sono divertito. E loro se ne sono accorti.
In questo film, padre e figlia sono i più litigiosi, fra di loro, eppure sono anche i più simili. Da cosa deriva, questa difficoltà di rapportarsi fra simili?
Ecco, esatto! È così frustrante guardarli, non è frustrante? Per me lo era, perché ogni volta sono entrambi a tanto così dal capirsi, dal risolvere tutto con la complicità di un sorriso. E poi… Per me è stata la prima collaborazione con Renate. Lei è una vera rivelazione, una di quelle attrici come ne nascono una per generazione. Ha un volto… “traslucido”, che emana centinaia di emozioni all’unisono. Ogni volta è come assistere a un’esplosione di pensieri che si materializzano sul suo volto. È eccezionale. E sapendo questo, è stato frustrante dover lavorare assieme su così tante scene trattenute, basate proprio sull’incomunicabilità emotiva. Questo spettacolo incredibile, di due volti che riescono a rendere evidente allo spettatore tutto ciò che stanno provando in quel momento, ma falliscono nel farsi capire fra loro. E poi arriva, all’improvviso. Una scena tanto piccola quanto essenziale, per capire quanto si somigliano in realtà. Condividono una sigaretta e un silenzio, ridacchiando insieme per come sono riusciti a mettere a disagio gli altri. Lì vedi l’incontro di uno stesso carattere.
In un’altra scena, il produttore dice al suo personaggio: “Ti prego, fai il film che hai in mente di fare, non ti far influenzare dalle imposizioni esterne”. Secondo lei, Sentimental Value è stato realizzato con questa stessa filosofia? E quanto, nella libertà creativa concessa, ha visto cambiare il settore in tanti anni di carriera?
Due questioni molto diverse, ma entrambe molto rilevanti. Ciò che amo di questo film è la sua capacità di toccare il pubblico indipendentemente dalla tipologia del pubblico, dalla diversità anagrafica, il genere, la cultura e la provenienza. Il che è strano! Che un film così “piccolo” riesca a incoraggiare un raccoglimento emotivo di un pubblico tanto vasto e variegato. È un film relativamente minuto dal punto di vista produttivo, ma ha un respiro così grande! Un orizzonte ambizioso. E questo perché, innanzitutto, vuole essere cinema puro, fatto con purezza da amanti del cinema. Per rispondere alla seconda domanda, per me è importante che questo film abbia successo e venga visto in ogni parte del mondo, perché ha a che fare col futuro che vogliamo dare al cinema stesso. Il mio personaggio è un irriducibile, non ama solo il cinema di per se stesso, ma il linguaggio cinematografico, lo difende e distingue rispetto al linguaggio televisivo. Nel linguaggio odierno, il copione dice già tutto, non lascia niente al caso, alla sorpresa, al non detto o all’interpretazione. Non importa chi ci lavora, quale attore scegli per recitare quelle battute: sembrerà sempre la stessa cosa, potrai cucinare e cambiare pannolini mentre guardi quei prodotti e saranno fatti in modo tale da farti capire tutto e subito. Sono prodotti che ti gridano tutto addosso, perché tu non debba prestare alcuna attenzione. Per carità, il cinema è sempre evoluto in direzioni imprevedibili. All’inizio era estremamente teatrale, letterale. Poi sono arrivate le rivoluzioni del Neorealismo in Italia o della Nouvelle Vague in Francia, che si sono liberate di tutti quei dialoghi, lasciando parlare i volti, le immagini, i silenzi. La rivelazione era nascosta in tutto quello e richiamava a una partecipazione, da parte dello spettatore. Dobbiamo tornare a incoraggiare tutto questo. Altrimenti, meno lo spettatore sarà coinvolto, sempre meno vorrà sentirsi coinvolto. Anzi, rifiuterà le opere che lo obbligano a una partecipazione attiva. E questo, lo stiamo già vedendo mentre ne parliamo
Teme l’evoluzione e il ruolo che avrà l’Intelligenza Artificiale in tutto questo?
Certo che mi paura! Ho visto 2001: Odissea nello spazio! E ora mi guardo intorno: è nel mio telefono senza che neanche la voglia, è ovunque, si sta prendendo tutto e l’ha fatto in due mesi. Ovviamente era un processo in corso da lungo tempo, ma ormai non ci rendiamo neanche più conto di quanto sia pervasivo. Il vero problema, come sempre, non è lo strumento ma chi lo controlla. E in questo caso, stiamo parlando delle stesse persone che controllano anche tutto il resto del mondo: corporazioni, fondi d’investimento. Il potere economico è sempre più concentrato nelle mani di pochissimi, che sono sempre meno e possiedono sempre di più. Tutto quel potere nelle mani di pochi, è pericoloso.

Sentimental Value è un film molto stratificato. Più sensibilità convergono, i traumi di almeno tre generazioni. E il suo personaggio è il punto di congiunzione di tutto questo dolore. Come ha lavorato, per incarnare tutto questo? Per sorreggere non solo le sue, di perdite, ma anche quelle degli altri personaggi?
È un processo molto meno intellettuale di quanto si possa pensare. Il lavoro di un attore sta tutto nel momento, nell’istante: cosa farebbe un personaggio del genere, con queste specifiche caratteristiche, di fronte a una precisa situazione? Come reagirebbe a un impulso esterno? E soprattutto perché, reagisce in quel modo? L’incontro fra un soggetto specifico con altri oggetti o soggetti specifici: in questo è racchiuso il lavoro di un attore. È una reazione chimica che diventa emotiva. E la cosa più interessante che si possa fare, è restituire tutto questo senza bisogno di parole o linee di dialogo. Ma nei gesti, negli sguardi, in quegli improvvisi moti dello spirito che ti arrivano in un secondo e neanche tu sai spiegarti. Ciò che l’immagine cinematografica fa, è immortalare quell’inspiegabilità dell’umano, dandole un volto, una voce. Nel caso del mio personaggio, un aspetto fondamentale da restituire era questa goffagine emotiva che lo accompagna nel tentativo di recuperare il rapporto con le figlie. Ogni volta che ci prova sbaglia, dice una cosa di troppo, dice la cosa peggiore che potesse dire e non se ne accorge neanche, e tutto questo risulta estremamente buffo ed estremamente tragico allo stesso tempo. Ed ecco che, però, si dimostra una persona completamente diversa quando dirige qualcuno in scena. In quei momenti è in ascolto, capisce la psicologia dell’altro, la compassione e i sentimenti. Per questo sembra un padre migliore per il personaggio di Elle Fanning di quanto non sia per la sua vera figlia. Il cinema è il suo linguaggio per parlare col mondo, per amarlo e farsi amare da esso. [Ridacchia] E molti registi sono fatti esattamente così.
Ha collaborato con tantissimi di loro, tanti grandi registi. C’è qualcuno con cui non ha ancora lavorato, e vorrebbe?
Un’infinità! La maggior parte di loro non ha ancora fatto il primo film. Mi è già sufficiente aver avuto il privilegio di lavorare con un regista come Joachim Trier, lo considero uno dei migliori al mondo e mi basta. Un altro regista incredibile è Lars von Trier, e ho già lavorato con lui più di una volta. Registi del genere non hanno neanche bisogno di avere uno script in mano da farmi leggere, per convincermi a prendere parte ai loro film. Sono pochi i registi così, per cui non mi serve neanche ascoltare l’idea e sono già della partita. Certo, non dipende tutto dal regista. Il cinema è il più collettivo dei processi artistici, ma ogni film ha bisogno di “quell’uno”, di un leader che traina tutti gli altri. E perché è importante che sia così? Perché affinché assuma valore, deve essere soggettivo. Il cinema è soggettività, è sguardo individuale che può diventare collettivo. Ma tutta l’arte che voglia essere davvero interessante, è figlia di un’unica soggettività che poi entra in dialogo con il contributo di altre soggettività. Cosa che non vale per i grandi blockbuster americani, che seguono più una catena di montaggio.
Ha citato Joachim Trier e Lars von Trier. In qualche modo, entrambi fanno un cinema dal sapore molto nordico e anche Sentimental Value vive di questo “sapore scandinavo”. Si sente più a casa nel loro cinema? E si è sentito a casa in questo film?
Non ci avevo pensato! Forse sì, mi sono sentito a casa. Certo… [Ride sornione]. “Sentirsi a casa” in un film di Joachim Trier non ha certo lo stesso significato che in un film di Lars von Trier! Più che altro, mi sento a casa nella loro mente. Riesco a capire Lars, a capire il suo mondo, il suo humor provocatorio, quell’atteggiamento tipicamente danese del: “Fottetevi tutti!”. In modi diversi capisco il mondo di Joachim e sicuramente, io in primis sento di incarnare tutti quei tipici “tratti scandinavi”. Per esempio, sono molto egualitario. Quando lavoro su un set, sono convinto che ciascuno debba avere le stesse occasioni, che non ci debba essere uno squilibrio di potere, e cerco di lavorare affinché questo si realizzi. Attenzione: non perché dobbiamo essere tutti “uguali”. Non dobbiamo portare tutti gli stessi vestiti, anzi dobbiamo indossare tutti vestiti diversi, oppure chi vorrà non indosserà proprio un bel niente, ma ciononostante e proprio per questo, a tutti devono essere date le stesse opportunità. E come ottieni una società di questo tipo? Scuole pubbliche, università gratuite e servizio sanitario nazionale. Sono le basi, senza quelle… non c’è nessuna speranza di mobilità sociale, di risalire la gerarchia sociale. Guardate agli Stati Uniti: saranno al 27esimo posto per mobilità sociale? Il Sogno Americano: “Da noi, chiunque può farcela!”. Certo, come no!
Rimanendo sulla casa: questo incredibile, altro protagonista di Sentimental Value. Il suo personaggio sembra avere con essa un rapporto diverso rispetto agli altri. Anche quando non è lì, è come se la sua presenza ne invadesse le stanze. Può spiegarcelo?
Non posso rispondere per le scene in cui ero presente, senza essere presente. [Ride] Il film lo fa capire molto bene fin da subito, in maniera molto precisa. Nella prima scena, il mio personaggio si presenta vestito di nero, tutto imbacuccato sulla soglia, lanciando uno sguardo all’interno della casa. Come a riappropriarsi di un luogo che aveva a lungo abbandonato, ma da cui non era mai veramente andato via. È come se avesse lasciato una traccia indelebile fatta di ricordi che tornano tutti all’improvviso, ricordi che gli appartengono e quindi creano un rapporto di appartenenza reciproca con la casa. Era già tutto nello script ovviamente, la voce narrante dal punto di vista della casa, la descrizione degli ambienti, come fosse un’altra protagonista, a tutti gli effetti. Ho pensato: “Dio, è stupendo!”. Ed è molto cinematografico: la casa che cambia, che muore e rinasce secondo le psicologie di chi la abita, che patisce insieme a loro. Le persone vanno e vengono, nascono e muoiono, ma la casa è sempre lì. E quando ci sono entrato, era come se la conoscessi già.

Il suo personaggio scrive una sceneggiatura ispirata alla figlia, ma dal momento che lei non è incline a prendervi parte, è come se stesse “rubando” quella vita. Crede che sia giusto, per un artista, doversi porre questo problema? Più che giusto, è qualcosa di inevitabile, lasciarsi ispirare dal proprio contesto affettivo?
Se pensiamo a certa cronaca spacciata per letteratura, ormai trovi ovunque prodotti che raccontano le vite degli altri. Ovunque fioccano generi, letterari e non, che seguono questo approccio. Non trovo che sia sempre giusto o appropriato, cannibalizzare le vite altrui. Ti viene da pensare: “Sei un così bravo scrittore e non riesci ad avere un’idea tua, da dover rubare la vita degli altri?”. Ma non è sempre facile dare un giudizio. Basti pensare ad August Strindberg: molti dei suoi drammi e dei suoi scritti erano semi-autobiografici. È difficile segnare una linea di confine. A livello inconscio, non c’è modo di evitarlo, perché tutto il nostro lavoro parte da ciò che apprendiamo nella realtà. Ma non per questo c’è bisogno di renderlo identificabile, riconoscibile a chi ti vuole bene. Però oggi si è arrivati all’eccesso, questo è certo. Non solo in letteratura, dove moltissimi ormai scrivono e vendono parlando solo di se stessi e della propria ristretta cerchia di affetti. Tutta la società è un vomitare di rivelazioni personali. Lo fai sul tuo account TikTok, sul tuo account Instagram, parli di fatti privati, che magari riguardano la tua famiglia, metti in mostra i tuoi figli. Non stai facendo altro che cannibalizzare la tua famiglia.
Crede che si stia perdendo il mistero? Non solo nelle nostre vite, ma che anche il cinema debba recuperare un po’ di quel senso di mistero?
Non dobbiamo andarcelo a cercare, il mistero. Di certo non dobbiamo impegnarci per risultare più misteriosi. Tutto intorno a noi è già un fottuto, impenetrabile mistero. Una volta incontrai una donna che mi disse: “Non voglio perdere di mistero ai tuoi occhi, quindi non ti dirò questo o non ti dirò quell’altro”. Ma fottetevi! Tu, come essere umano, rimarrai un mistero in qualunque caso, agli occhi di un altro essere umano. Forse il problema è proprio questo, che non c’è abbastanza chiarezza! Nelle cose, tra le persone. E c’è anzi chi persegue questo deliberatamente, chi ci vuole gettare nell’oscurità per mascherare le proprie malefatte. Siamo circondati dal mistero e dall’oscurantismo. Politici, bot, troll, no-vax. Me lo disse Miloš Forman: parlavamo di religione, io sono ateo. Diceva: “Tu distruggi tutto il mistero alla base della vita!”. Gli risposi: “Religione e mistero della vita? Fai sul serio? C’è una spiegazione millenaria dietro il meccanismo della vita! Non c’è nessun fottuto mistero, è una favoletta che si racconta ai bambini”. Il mistero della vita è tutt’altro. Non è vanità, non è spiegazione.

È quello che vediamo nella stretta finale sul volto di Renate Reinsve? Quei non detti, quel non sapere tutto, come diceva prima?
Esattamente. È fantastico e terribile allo stesso tempo. Inizialmente, la sceneggiatura era molto più generosa di spiegazioni, molto era lasciato all’intreccio, ai dialoghi. E quanto più Joachim assisteva a quello che riuscivamo a tirar fuori solo attraverso gli sguardi, i non detti, i silenzi, tanto più tagliava spiegazioni superflue. Era già tutto lì. È diventato un film molto diverso in corso d’opera, molto più impressionista. Quello è l’unico mistero che apprezzo e ricerco. Quello sì, è l’unico mistero da preservare per non uccidere l’immaginazione. Nel cinema, innanzitutto.
Nel mondo, invece, viviamo un momento molto delicato. Quale crede possa essere il ruolo del cinema? Ha ancora il potere di aprire le menti e far sollevare domande?
Tutta la cultura, generalmente intesa, può ancora farlo. Eccome! Ho letto un articolo giorni fa, sul tema del riarmo, di come il mondo stia spendendo miliardi e miliardi per fare il pieno di armi. Non capiscono quanto, la cultura, possa essere un’arma formidabile. Pensate all’egemonia culturale. L’Arabia Saudita lo ha capito e si sta posizionando come leader mondiale nel finanziamento del settore culturale. Maledetti. Di sicuro l’hanno capito gli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale, hanno esportato la loro idea di democrazia anche attraverso un’egemonia culturale. Ma non credo si possano cambiare davvero le menti delle persone, non direttamente almeno. Non abbiamo il potere di cambiare il mondo, ma possiamo spargere semi e sperare di raccoglierne i frutti. Come dicevo prima, l’arte è, essenzialmente, soggettività. E quindi ogni opera d’arte offre uno sguardo diverso sul mondo, che non è il tuo e ti permette di metterti nei panni degli altri, di vedere la realtà coi loro occhi. E questo è il primo motore della compassione.

Deve riporre un grande ottimismo nella vita e nel futuro… con tutti i figli che ha avuto!
…ero allupato! [Risate generali] No, scherzi a parte. Non ravvedo alcuna utilità nell’avere un approccio depressivo nei confronti della realtà. Dove andremo a finire! O cose del genere. Non lo sappiamo! C’è speranza, c’è sempre un briciolo di fottutissima speranza. Non puoi, non devi abbatterti. C’è da combattere, questo sì. Un pochino. Un pochino ci sarà da combattere.
E nei premi cinematografici, che sentimento ripone?
Sono una cosa ottima per i film indipendenti, questo sì. Perché non abbiamo certo i fondi delle grandi produzioni, per promozione e marketing! Quindi un grande premio può fare la vita e la morte di un film indipendente. Certo, è triste. Perché i premi di per sé non hanno alcun valore, non significano niente. C’è davvero chi crede significhi questo? Che sei stato più bravo degli altri? È una delle tante cose senza senso, di questo mondo. Certo, fanno piacere, perché significa che almeno a qualcuno sei piaciuto. Continuerò a ripeterlo. Non significa niente. Ma Signore, oh Signore! Se mai dovessi vincere un Oscar, urlerei: “CAZZO, CE L’HO FATTA!”. Mi vedreste festeggiare.
Non sappiamo se succederà. Conosciamo però il seguito di questa intervista e il bellissimo, tutt’altro che scomposto discorso fatto da Stellan Skarsgård dopo la vittoria ai Golden Globes: “Cinema should be seen in cinemas”.
Andate a vedere Sentimental Value, dal 22 gennaio solo al cinema.