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Il silenzio degli altri e il dolce rumore della vita

Dopo il successo nei festival internazionali, Il silenzio degli altri è al cinema. Scopriamo il film di Eva Libertad nell’approfondimento di Alessandro De Simone.

Di Alessandro De Simone*

Il dolce rumore della vita era il vagito di un bambino all’inizio di un bel film (ma quando mai ne ha fatti di brutti) di Giuseppe Bertolucci. Questo suono Angela, la protagonista de Il silenzio degli altri (bel titolo anche questo) non lo può sentire. Perché è sorda, che è il titolo originale di questo gioiellino firmato da Eva Libertad, tratto da un suo cortometraggio omonimo del 2021. Sorda, mica è un insulto, è una condizione fisica. Dovrei forse scrivere non udente, ma il succo non cambia. Angela è sorda e sta con Hector, che invece è “normale”, e insieme aspettano una bambina. Una storia sulla carta idilliaca, e invece no, perché Il silenzio degli altri è un film che racconta una storia che impone tante riflessioni, a partire proprio dal concetto di “noi e gli altri”. Perché tutti viviamo, o almeno ci proviamo, in una dimensione ideale in cui possiamo sentirci al sicuro, in una comunità che ci protegga. Per Angela è quella del silenzio, che impone al suo compagno, mentre non riesce a integrarsi altrove, dove scorrono le parole e non i gesti. Eppure la sua è una forma di discriminazione, dettata dalla paura del diverso, che sono quelli che usano la bocca e non le mani.

E basterebbe questo per capire la complessità e l’intelligenza del film di Eva, che viaggia continuamente su molti binari contemporanei. Si intrecciano i generi, perché dalla romance si passa al dramma e addirittura all’horror, dal parto in poi, sfruttando la nascita e questa nuova presenza come entità quasi aliena per la protagonista. E a proposito di ciò, Angela vive in un mondo altro, tutto suo, come se facesse continui viaggi dimensionali, immergendosi nell’isolamento, per poi tornare sul pianeta Terra. C’è una profonda riflessione della macchina cinema, che è nata senza il suo dolce rumore, muta, ma paradossalmente non per chi le parole le sa cogliere sulle labbra, per citare un bellissimo film di Jacques Audiard che proprio di questo parlava.

E allora il pensiero va a come si è evoluta la parola, ma anche, forse soprattutto, l’ascolto, dal canale unico allo stereo, i sistemi Dolby sempre più complessi, 5.1, 6.1, 7.1. Un’evoluzione tecnica eccezionale e che non si fermerà, che è andata di pari passo con un deterioramento dell’uso che di questi strumenti viene fatto. Parole infinite per spiegare l’ovvio, quello che una volta veniva raccontato con un taglio di luce, uno sguardo, una porta che si chiudeva. La narrazione contemporanea prevede il piatto pronto, è l’epoca delle piattaforme baby, non ci possiamo fare niente. E lo stesso vale per la musica, tappeto senza fine di ogni film, che va a riempire ogni piccolo buco di dialogo, per paura di un vuoto pneumatico, quello che invece gli Antonioni, i Bergman riempivano di silenzi potentissimi.

Non sembra l’epoca giusta per loro, e anche per questo Il silenzio degli altri è un film importante, che ci mette di fronte a molte cose senza bisogno di parole. Il trauma della maternità, per esempio, che qui viene affrontato su un doppio livello, vista l’impossibilità fisica di poter sentire i bisogni di un essere vivente da cui si deve solo imparare, ma anche la percezione di diversità che si ha nei confronti della carne della tua carne, lei così perfetta, o forse no perché quello che gli altri vedono come un difetto senti che ti rende unica, altra. E qui il dubbio che inizia a serpeggiare, il rapporto con un compagno che può senza problemi appropriarsi di ciò che è tuo, un castello costruito pietra su pietra che rischia di crollare sotto i decibel del pianto di una bambina. Perché, alla fine, tutto, la vita, si basa su poche cose. L’amore, il rispetto, la comprensione, la comunità. Lo conoscono tutti quel proverbio: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E pensate un po’, vale anche per chi è sordo davvero.

Il silenzio degli altri a Berlino 2025 si è aggiudicato il premio del pubblico nella sezione Panorama, e ha vinto un paio di mesi fa il Lux Award della European Film Academy, anche questo premio del pubblico europeo. Del pubblico, in entrambi i casi. Perché è un film che quando vedrete amerete, vi entrerà dentro e non vi abbandonerà, ci penserete continuamente. Soprattutto, penserete che talvolta un silenzio vale più di mille parole. E una parola può rompere un silenzio che rischierebbe di durare troppo a lungo.

Una piccola appendice: Miriam Garlo e Álvaro Cervantes nei panni di Angela ed Hector sono eccezionali, non a caso entrambi premiati agli ultimi Goya, i premi del cinema spagnolo. E lo sono entrambi perché sono dei grandi attori. Per nessun’altra ragione. Ed Eva Libertad è una regista che ci regalerà tanto bel cinema. Con le giuste parole e i giusti silenzi.

 

*Giornalista e critico cinematografico, è redattore di Ciak e collaboratore fisso di Rolling Stone, The Hollywood Reporter Roma e La Gazzetta dello Sport. Consulente artistico per Linea d’Ombra Festival, Bardolino Film Festival e Napoli Comicon, da quest’anno è anche direttore artistico dell’Umbria Film Festival. Vive con la compagna e i loro due gatti da 10 anni a Londra, sua città d’adozione, ma il cuore è azzurro ed è rimasto in quella che gli ha dato i natali, Napoli.
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Il Film

Ángela, una donna sorda, aspetta un figlio dal suo partner Héctor, che invece ha un normale udito. L’arrivo della bambina sconvolge la loro relazione, costringendo Ángela ad affrontare le sfide poste dal crescere sua figlia in un mondo che non è fatto per madri come lei.

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