Ripercorriamo la filmografia del regista Premio Oscar Michel Hazanavicius, in occasione dell’uscita de Il dono più prezioso per il Giorno della Memoria.
C’è un interessante filo rosso che accomuna almeno tre film d’animazione distribuiti da Lucky Red nell’ultimo biennio. Tre film nati da altrettanti, diversissimi stili dell’animazione europea – ora italiana, ora francese – le cui storie serbano moniti e collocazioni storiche più ravvicinati di quanto si possa pensare. Storie legate a contesti bucolici e rurali, che guardano all’infanzia ma parlano a un pubblico adulto. Soprattutto, tre film accomunati da una profonda dissomiglianza nelle animazioni, dove il tratto delle illustrazioni affonda nel solco della storia.
Il primo è Invelle di Simone Massi, film italiano uscito ad agosto 2024 che utilizzava il rotoscoping – riprese live-action ricalcate su 40.000 tavole, messe poi in movimento con la tecnica dello stop-motion – per raccontare la campagna italiana fra la Grande Guerra e gli Anni di Piombo, vista con gli occhi dei bambini. Il secondo è La piccola Amélie, pellicola francese distribuita a inizio 2026 e appena candidata all’Oscar come Miglior Film d’Animazione: il naturalismo del Giappone rurale visto con gli occhi di una bambina e reso attraverso una tecnica digitale in 2D, priva di contorni netti. Infine Il dono più prezioso di Michel Hazanavicius, che arriva al cinema come evento speciale il 26-27-28 gennaio per commemorare il Giorno della Memoria.
Presentato in concorso al Festival di Cannes, il film di Hazanavicius adotta uno stile molto interessante, diametralmente opposto proprio per quanto concerne i contorni. Laddove Amélie elimina del tutto il tratto nero tipico del fumetto classico, a rappresentare la miscellanea di sensazioni nella percezione infantile, Il dono più prezioso lo accentua. I contorni sono grossi, tozzi come i suoi personaggi, duri come il freddo delle foreste polacche che abitavano all’ombra della Shoah. Un paesaggio incontaminato, abitato da cuori gelidi, disturbato solo dal passaggio sordo e impassibile dei treni diretti ad Auschwitz.
Di questo parla Il dono più prezioso di Michel Hazanavicius, prima deviazione nel cinema animato da parte di un regista Premio Oscar che ha battuto i generi più diversi. Passiamo alcuni in rassegna, ripercorrendo la sua filmografia.
Abbiamo già parlato dell’eurospy – o “spionaggio all’europea” – in occasione dell’uscita di Reflection in a Dead Diamond, distribuito sempre da Lucky Red. Questo sottogenere tra i b-genres, fra il parodistico e il canzonatorio, che a partire dagli Anni ’60 inizia a raccogliere “tutti quei film di spionaggio che non fossero 007”. Film come O.K. Connery con Adolfo Celi e Agente 3S3 – Passaporto per l’inferno di Sergio Sollima, che ovviamente si ispiravano direttamente, con ambizioni tra il serio e il faceto, alla fortunata saga di film nata dai romanzi di Ian Fleming a partire da Licenza di uccidere.
Bene, il primo film di successo di Hazanavicius risale al 2006 e si intitola Agente speciale 117 al servizio della Repubblica – Missione Cairo, un omaggio nell’omaggio che rivisitava il personaggio letterario dell’agente OSS 117, già portato al cinema fra il ’57 e il ’70. Il fortunato, eccentrico esperimento démodé raccoglie abbastanza fortuna da diventare un binomio, tre anni dopo, con il sequel Missione Rio. E Hazanavicius fissa già dei punti fermi che torneranno in tutta la sua filmografia: un cinema che omaggia il cinema stesso e la reiterata collaborazione con Jean Dujardin, perfetto Connery fuori tempo massimo, e Bérénice Bejo.
Nel 2011, Hazanavicius richiama Jean Dujardin e Bérénice Bejo come coppia protagonista in quello che diventerà il suo film più famoso, The Artist, un omaggio all’evoluzione di Hollywood dal cinema muto al sonoro. Di metafilm che abbiano guardato a questo preciso momento storico, ce ne sono molti: basti pensare a Singin’ in the Rain e al più recente Babylon di Damien Chazelle. Film questi, che tornano al più grande momento di crisi vissuto da uno star system consolidato, per lasciare il posto a una nuova generazione di attori. Film che, ovviamente, usano il passato per affrontare crisi presenti del cinema moderno e contemporaneo.

Jean Dujardin rappresenta proprio la vecchia scuola, un divo “senza voce” che si vede messo in angolo dalle nuove star del sonoro, dopo aver scoperto – come Gene Kelly e come Brad Pitt – di avere una voce “sgradevole”. Bérénice Bejo rappresenta la nuova guardia. Ovviamente nascerà l’amore e la crisi di Dujardin trova felice risoluzione in un genere del tutto nuovo: il musical. Hazanavicius racconta tutto questo in un metafilm che riprende i formati dell’epoca, dal rapporto d’aspetto, al bianco e nero, all’assenza di sonoro. E Hollywood premia la fatica con ben cinque Premi Oscar fra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore a Dujardin.
Il 5 marzo di quest’anno, Lucky Red distribuirà Nouvelle Vague, il bellissimo metafilm di Richard Linklater che racconta la definitiva affermazione dell’omonima corrente francese con la realizzazione di À bout de souffle, il primo film diretto da Jean-Luc Godard. Nel 2017, è stato preceduto da un altro film sulla figura di Godard a firma Michel Hazanavicius. Il mio Godard racchiude però il grande regista francese in un momento di profonda crisi professionale e privata, scoppiata dopo l’uscita di un suo grande insuccesso. Distribuito alla vigilia della Contestazione, La cinese aveva per protagonista Anne Wiazemsky, più giovane di Godard di 17 anni, sua musa e moglie. Il film ottenne un’accoglienza perlopiù negativa e questo mise a dura prova il matrimonio fra Wiazemsky e Godard, culminato in un tentativo di suicidio da parte di quest’ultimo e nella fine del matrimonio.
Qui Hazanavicius torna a parlare di un cinema in crisi, del suo cinema, di quello che ha fatto da padre a tutti i registi francesi successivi. Ma alla parabola privata e artistica di Godard vi affianca la grande rivoluzione sociale culminata nel Maggio Francese del 1968, di cui Godard fu intellettuale e co-protagonista. Il mio Godard è il ritratto di regista incarnato da un somigliante Louis Garrell – torna anche l’immancabile Bérénice Bejo – che non scivola nella facile ammirazione, come spesso capita quando ci si confronta con mostri sacri di questo calibro. E quando lo fa, regala comunque un interessante spaccato dell’epoca e intuisce, come sempre dovrebbe essere, che il cinema è indissolubilmente legato alla politica del suo tempo.

Come si sarà notato arrivati a questo punto, il cinema di Hazanavicius è essenzialmente, irrinunciabilmente metacinematografico. E Coupez!, film d’apertura del Festival di Cannes nel 2022, non fa eccezione. È il remake – quasi shot per shot – di un cult giapponese dal titolo Zombie contro zombie – One Cut of the Dead, un metafilm a matrioska in cui i livelli metanarrativi non si contano e il confine tra finzione del set e realtà di un’apocalisse zombie si ribalta costantemente. In breve, una troupe di scalzacani sta girando un film low-budget su un’apocalisse zombie, ma mentre sta girando si ritrova essa stessa vittima di una vera apocalisse di non morti. Il trucco? La vera apocalisse è anch’essa una finta apocalisse.
Quindi, ricapitolando: un film, che parla di una troupe, che si ritrova in una finta apocalisse zombie, mentre sta girando un film su una finta apocalisse zombie, che al mercato mio padre comprò. Il tutto, per di più, con l’ambizione un film-live, girato in tempo reale e in piano sequenza unico con la facilitazione di stacchi di montaggio fittizi e panoramiche a schiaffo – o whip pan, le stesse usate da Roger Deakins per simulare il lunghissimo piano sequenza di 1917, per capirci. Non ci avete capito niente? Non importa. Il risultato è uno spasso, una commedia divertentissima che omaggia i b-genres zombie, il metacinema stesso e la difficoltà di arrivare alla fine di un take quando ci si trova a lavorare con pochi fondi e attori cani. Il cast, bravissimo a fingersi cane, è composto da Romain Duris, Finnegan Oldfield, Matilda Lutz, Raphaël Quenard e… non indovinate? Bérénice Bejo!
Prodotto da Jean-Pierre e Luc Dardenne, musicato da Alexandre Desplat e narrato nientemeno che da Jean-Louis Trintignant al suo ultimo lavoro in assoluto – prima della scomparsa nel 2022 – Il dono più prezioso promette già da questi pochi nomi un ensemble di contributi d’assoluta eccezione. Inizia come un racconto dei Fratelli Grimm, con protagonisti “le pauvre bûcheron et le pauvre bûcheronne”, una coppia di taglialegna che ha perso il loro unico figlio nel freddo della foresta polacca, affamata dalla Seconda Guerra Mondiale e circondata dai Campi di Concentramento. Ma quando da un treno diretto ad Auschwitz fa capolino un bebè infagottato, un “piccolo di ebreo” probabilmente gettato dai genitori per salvargli la vita, ecco che quel prezioso cargo (come recita il titolo inglese) diventa occasione di redenzione. Si dice che i bambini vengano portati dalle cicogne; qui arrivano da un treno della morte.
Giacché il povero taglialegna non ha alcuna intenzione di rischiare la vita per proteggere un ebreo, è un antisemita al pari dei nazisti. Il freddo e la diffidenza l’hanno temprato nel gelo, gli hanno irrancidito il cuore: una psicologia “tozza”, grossolana quanto il tratto animato scelto per il film. Ma Il dono più prezioso è appunto un racconto di redenzione, che invita ad abbandonare il pregiudizio e che ambiguamente gioca sulla natura fittizia della vicenda. Perché come spiega il narratore Trintignant: “Sì, è una storia di finzione, peraltro abbastanza inverosimile. Ma se ci pensate, ci sono un bel po’ di negazionisti là fuori, che sostengono che anche l’Olocausto sia tutto una finzione”. E sono sempre di più; le fila dei fascismi si ingrossano in ogni parte del mondo. E questo, non è inverosimile? Con la dolcezza di un’animazione ammaliante, Il dono più prezioso si fa monito contro i fascismi di tutto il mondo. Direi che ce n’è un disperato bisogno.
Vi aspetta al cinema il 26-27-28 gennaio.