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Hokum: la paura è nei dettagli

In Hokum, dal 5 agosto al cinema, il terrore si nutre di dettagli ben assemblati. L’approfondimento di Manlio Castagna.

Di Manlio Castagna*

Nel modo in cui Damian McCarthy costruisce la paura convivono rigore e un gusto che possiamo definire artigianale per il dettaglio “fuori posto”. 

Il suo cinema si nutre proprio del perturbante che nasce da una stanza che ha perso il suo carattere rassicurante o da un oggetto comprato in un mercatino e che apre porte pericolose. O ancora da un corridoio dall’architettura anomala.

Con Hokum, in sala in Italia dal 5 agosto, il regista irlandese firma il suo film più ambizioso, quello in cui la precisione del suo sguardo è affidata a una star americana in grande ascesa come Adam Scott e a una distribuzione potente (Neon) capace di portarlo fuori dalla zona dei cult per spettatori già iniziati.

Il protagonista si chiama Ohm Bauman. Una scelta in cui l’autore nasconde un  una piccola chiave biografica. McCarthy è stato elettricista, e l’ohm è l’unità di misura della resistenza elettrica. Il dettaglio è perfetto perché racconta in filigrana il personaggio: Ohm resiste. 

Resiste al lutto, alle storie che gli vengono raccontate, al paesaggio che lo circonda con aspetto sinistro e anche alle angherie di chi vuole fargli del male. 

Per restare all’importanza delle parole, anche il titolo del film gioca su questa ambiguità: “hokum” in inglese indica una trovata artificiosa o una storia esagerata pensata per impressionare. Perfetto per un’opera che mette in scena il conflitto tra scetticismo e credenza, tra ciò che sembra una sciocchezza e ciò che, lentamente, si rivela fin troppo reale.

Torniamo alla trama: Ohm è uno scrittore di successo, ma in crisi perché ha dei dubbi su come chiudere la sua trilogia best seller sul personaggio di un “conquistador”. Allora lascia la sua casa per giungere in una locanda remota nel cuore dell’Irlanda dove spargerà le ceneri dei genitori che qui hanno avuto da giovani un momento di felicità. Vorrebbe chiudere un conto familiare e magari tenere a distanza ciò che resta del passato. Naturalmente sceglie il posto peggiore. La locanda conserva una “honeymoon suite” sbarrata e una storia di stregoneria; il personale pare nascondere segreti inconfessabili.  

Da quel momento Hokum scivola dentro un incubo fatto di visioni e sparizioni, di scricchiolii e reliquie, di stanze che hanno assorbito le colpe di chi le ha attraversate.

Il richiamo a Shining viene quasi automatico: uno scrittore in un hotel isolato e  una mente che comincia a perdere aderenza con la realtà mentre si manifestano presenze incistate tra le stanze maledette. Però McCarthy ha una sua voce originale che non ammette derivazioni. È interessato a un’altra traiettoria. Il suo non è l’orrore monumentale dello spazio che schiaccia l’uomo. È un gotico più povero,  ma non meno inquietante. 

In Hokum fanno paura i materiali: il legno segnato e il metallo consumato, i pupazzi e le miniature, la polvere sulle superfici. Qui si vede la continuità con Caveat e Oddity. In Caveat, un uomo accetta un lavoro apparentemente semplice: sorvegliare una donna in una casa isolata su un’isola, incatenato per “sicurezza”, mentre strani oggetti e presenze sembrano osservare ogni suo movimento. In Oddity, invece, una donna cieca indaga sulla morte della sorella gemella, portando con sé un inquietante manichino di legno che sembra custodire segreti e presagi. 

McCarthy lavora come se il mondo fosse pieno di cose lasciate a metà da qualcun altro. Una casa, un manicomio o una locanda: cambia l’architettura, resta l’idea di un personaggio intrappolato in un luogo che conserva verità e “demoni” che sarebbe meglio non risvegliare. Si può leggere Hokum come la prosecuzione ideale di un piccolo ciclo sull’isolamento. Uomini convinti di poter dominare la realtà vengono spinti in spazi remoti, dove il soprannaturale è il codice con cui sono scritti i fatti.

L’aspetto più interessante è che il film cresce sul piano produttivo senza perdere la sua natura manuale. Dopo il microbudget di Caveat e il successo festivaliero di Oddity, McCarthy lavora con Adam Scott e con NEON per il mercato statunitense, dentro un impianto internazionale più robusto. Eppure continua a ragionare come un autore che ha imparato a cavarsela con poco: storyboard meticolosi, controllo dell’inquadratura, oggetti scolpiti a mano e un suono pensato come vera materia narrativa.

Scott arriva al ruolo in una sorta di congiunzione astrale: McCarthy aveva visto Scissione e aveva cominciato a immaginarlo nel personaggio; nel frattempo l’attore aveva visto Oddity ed era rimasto colpito. L’incontro nasce da questa coincidenza fortunata e  funziona perché Scott non chiede di rendere Ohm più simpatico. Accetta la sua durezza iniziale e la sua sgradevolezza, la postura di un uomo che sembra voler respingere chiunque gli si avvicini. È una scelta preziosa: il film non pretende (e non ottiene) empatia immediata col protagonista, preferisce conquistarla per erosione.

Altro punto crociale è il folklore irlandese, ben lontano dall’essere pura decorazione. È il terreno su cui Hokum mette in crisi lo straniero razionalista. McCarthy è cresciuto nel West Cork, in un immaginario popolato da racconti di banshee e púca, di apparizioni domestiche e superstizioni tramandate come cose normali. Il suo orrore nasce proprio da questa familiarità. 

In questo senso Hokum appartiene alla tradizione del folk horror, anche se non cerca la grande cerimonia pagana alla The Wicker Man. Il film lavora su una scala più intima. La comunità chiusa e il viaggiatore che arriva da fuori, il paesaggio rurale e la leggenda che resiste al ridicolo dello scettico: gli elementi ci sono, ma McCarthy li piega verso la ghost story e il mystery gotico. Non a caso la vicenda si colloca ad Halloween, nel territorio culturale da cui nasce Samhain.

Un’altra linea interessante riguarda le figure animali, una delle ossessioni più curiose del film. McCarthy ha raccontato di portarsi dietro una paura legata a certi conigli cinematografici e televisivi, da La collina dei conigli a Donnie Darko, insieme a memorie infantili di pupazzi meccanici da intrattenimento. In Hokum questa fobia riaffiora in forme deformate, tra innocenza e minaccia. È uno dei tratti più efficaci del suo cinema: ciò che dovrebbe essere buffo conserva sempre la possibilità di diventare orrendo.

Il dato biografico dell’autore emerge anche a proposito della locanda.  McCarthy non trovava un albergo che avesse la giusta presenza cinematografica, così il film ha composto il suo spazio da luoghi diversi: una vecchia residenza privata trasformata in hotel, interni ricostruiti in studio e sotterranei girati a Castlefreke, castello del West Cork che il regista guardava da bambino andando al mare. Questo spiega perché l’edificio abbia una qualità mentale. Non sembra soltanto un posto; sembra una memoria personale ricostruita per farci entrare dentro qualcun altro.

Il momento in cui Hokum arriva è significativo. L’horror vive una fase di straordinaria vitalità: incassa e rischia, attira autori e spinge le sale a fidarsi di film originali. In un panorama spesso dominato da marchi riconoscibili, il genere continua a essere il laboratorio più agile del cinema popolare. McCarthy si inserisce in questo periodo d’oro da una posizione molto personale: il suo senso del terrore si nutre di pochi elementi ben assemblati. Lascia semplicemente che rumore nel buio faccia il lavoro di una rivelazione. 

La forza del film sta proprio in questo miracoloso equilibrio. Ha una star e una confezione più ampia, un respiro internazionale. Però conserva il piacere del manufatto inquietante, della porta proibita e dell’ombra in fondo al quadro. 

La paura resta cinema fisico. Si misura nel sussulto e nel riso nervoso, nella voglia infantile di guardare ancora proprio quando sarebbe più prudente voltarsi dall’altra parte.

 

 

* Manlio Castagna nasce a Salerno nel 1974. Sceneggiatore, regista, scrittore, critico di cinema e per oltre 20 anni nella direzione artistica del festival di Giffoni. Ha lavorato tra l’altro per alcuni anni ad Hollywood e Doha, portando la sua esperienza nel cinema per ragazzi in tutto il Mondo. Esordisce nel 2018 con la trilogia bestseller Petrademone, edita da Mondadori e tradotta in varie lingue. Hanno fatto seguito romanzi e libri non fiction  ancora per gruppo Mondadori tra cui: il pluripremiato La notte delle malombre, Draconis Chronicon, Goodwill, Barriera, 116 film da vedere prima dei 16 anni, la Reincarnazione delle Sorelle Klun e i recenti Dedalo & Dharma e Prova a non dormire. Scrive per Cinecittà News e insegna alla Scuola Holden di Torino scrittura di genere: fantasy, horror, thriller. Nel 2022 ha scritto e diretto il docu-film “Il viaggio degli eroi” con Marco Giallini con ascolti record su Rai 1.
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