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Da Shining a Hokum, l’horror ama gli scrittori

Da Jack Torrance in poi, l’horror ha spesso trasformato gli scrittori nei suoi protagonisti ideali: figure isolate, sospese tra immaginazione, ambizione e ossessione. In attesa di Hokum, al cinema dal 5 agosto, ripercorriamo i film in cui la scrittura diventa la porta d’ingresso dell’incubo.

C’è una figura che il cinema horror continua a rimettere al centro della scena: lo scrittore. Chiuso in una stanza con la sua mente, isolato in un luogo che lo allontana dal mondo, alle prese con una pagina bianca che sembra chiedere sangue prima di lasciarsi riempire. Non è un caso. E il 5 agosto arriva nelle sale italiane un film che raccoglie in pieno questa eredità: Hokum, l’horror psicologico diretto da Damian McCarthy con protagonista Adam Scott nei panni di uno romanziere.

Prima di parlare di questo attesissimo film, però, vale la pena chiedersi: perché proprio gli scrittori? La risposta sta in tre elementi che sembrano fatti apposta per generare terrore.

Il primo è l’isolamento. Lo scrittore, per lavorare, si ritira. Una baita, un albergo fuori stagione, una casa vuota: ambienti che il cinema del terrore adora, perché nessuno arriverà in tempo a salvarti. Quando il protagonista è qualcuno che cerca la solitudine, la trappola scatta da sola.

Il secondo è la follia creativa, il confine sottile tra immaginazione e realtà. Chi passa le giornate a inventare mostri è particolarmente esposto al dubbio: quello che vedo è vero, o l’ho scritto io? L’horror gioca su questa crepa, trasformando il talento in maledizione.

Il terzo è l’ambizione che diventa ossessione. Lo scrittore horror raramente cerca soltanto l’ispirazione: vuole il libro che lo riscatti, il caso che lo riporti al successo, il finale perfetto o la storia capace di dimostrare il proprio valore. E più quell’obiettivo si allontana, più è disposto a ignorare gli avvertimenti, sacrificare gli affetti e spingersi oltre il limite. La scrittura non è più soltanto un mestiere: diventa una necessità che divora tutto il resto.

Non sorprende che il grande architetto di questo filone sia Stephen King, per definizione lo scrittore Maestro dell’incubo, che ha popolato le sue pagine di autori tormentati, bloccati o consumati dal bisogno di portare a termine una storia, poi trasferiti sullo schermo in film indimenticabili.

Lo dimostrano i titoli di questo elenco, in cui scrittura e orrore si incontrano in forme sempre diverse.

Shining (1980)

L’icona del binomio scrittura-orrore. Jack Torrance (Jack Nicholson), scrittore in crisi e alcolista, accetta di fare il custode invernale dell’Overlook Hotel per ritrovare l’ispirazione. Trova ben altro.

Nella regia di Stanley Kubrick, la pagina che si riempie ossessivamente della stessa frase – in italiano Il mattino ha l’oro in bocca – resta una delle immagini più agghiaccianti mai dedicate al blocco dello scrittore. L’isolamento come discesa negli inferi.

 È quello che stavo cercando: un po’ di isolamento. Sto per partorire un romanzo e quindi cinque mesi di pace sono proprio quello che ci vuole.

Misery non deve morire (1990)

L’altra faccia dell’incubo: non la solitudine, ma il lettore. Paul Sheldon (James Caan), romanziere di successo, rimane gravemente ferito in un incidente d’auto. A soccorrerlo è Annie Wilkes, la sua fan numero uno. Peccato che voglia costringerlo a resuscitare il personaggio che lui aveva deciso di uccidere.

Dal romanzo di King, un thriller claustrofobico sul rapporto tossico tra autore e pubblico, con una memorabile Kathy Bates, premiata con Oscar e Golden Globes per l’interpretazione di una delle villain più celebri della storia del cinema: per la precisione, al 17esimo posto nella celebre top 50 dei “cattivi” dell’American Film Institute.

Andrà tutto bene. Penserò io a curarti. Io sono la tua ammiratrice numero uno.

Secret Window (2004)

Ancora King, con Johnny Depp a prestare il volto al protagonista del racconto Finestra segreta, giardino segreto del 1990. Mort Rainey è uno scrittore di thriller in piena crisi coniugale che viene accusato di plagio da un misterioso uomo del Mississippi. La verità più oscura, però, si annida dentro di lui.

Un film che fa del confine tra identità e finzione la sua vera minaccia, ricordandoci che il nemico peggiore dello scrittore può essere la sua stessa mente.

L’unica cosa che conta è il finale, la cosa più importante della storia è il finale, e questo funziona a meraviglia, anzi è perfetto!

1408 (2007)

John Cusack è Mike Enslin, autore cinico e disilluso che scrive guide sui luoghi “infestati” senza credere ai fantasmi. Un giorno riceve una cartolina anonima che gli segnala la stanza 1408 del Dolphin Hotel di New York. Sfidando gli avvertimenti del direttore dell’albergo, decide di pernottare proprio in quella stanza, nella speranza che possa essere l’inizio di un nuovo bestseller.

Tratto ancora da un racconto di King, 1408 trasforma la stanza più famosa dell’orrore in un labirinto psicologico dove lo scettico di professione viene smontato pezzo per pezzo, in un oscuro viaggio ai confini della realtà.

Le camere d’albergo sono inquietanti per definizione. Quante persone hanno dormito in quel letto prima di te? Quante di loro erano malate? Quante di loro sono impazzite? Quante di loro sono morte?

Sinister (2012)

Ellison Oswalt (Ethan Hawke) è uno scrittore di true crime a caccia del caso che gli ridarà la fama. Si trasferisce con la famiglia – ignara della sua scelta – nella casa teatro di un omicidio, dove trova una scatola di pellicole in super 8 che non avrebbe mai dovuto guardare.

Qui l’ambizione dell’autore diventa il motore della tragedia: è la fame di una buona storia a spalancare la porta al terrificante demone Bughuul.

 Non preoccuparti, papà. Ti renderò di nuovo famoso.

E arriviamo a Hokum

Ed è qui che si inserisce Hokum, terzo lungometraggio dell’irlandese Damian McCarthy dopo gli acclamati Caveat e Oddity, presentato in anteprima tra gli applausi del  SXSW e in arrivo nelle sale italiane il 5 agosto.

Il protagonista, Ohm Bauman (un intenso Adam Scott), è uno scrittore alle prese con l’epilogo malinconico della trilogia che gli ha dato il successo. Per ritrovarsi, torna in un albergo isolato dell’Irlanda rurale con un compito privatissimo: spargere le ceneri dei genitori nel luogo in cui avevano trascorso la loro luna di miele . Ma tra le stanze del Bilberry Woods Hotel lo attendono porte che devono rimanere chiuse, una sparizione inspiegabile, una strega del folklore locale e, soprattutto, un trauma d’infanzia rimasto sepolto troppo a lungo.

McCarthy riprende la tradizione della haunted house e la impreziosisce con ciò che il filone horror-scrittori sa raccontare meglio: l’isolamento che diventa prigione, il confine incerto tra visione e realtà, la scrittura come strumento di elaborazione del senso di colpa. Non a caso la critica lo ha accolto benissimo (con il 90% di recensioni positive), esaltandone le atmosfere folkloristiche e gli spaventi calibrati al millimetro, tra leggende della tradizione, tensione psicologica e un sorprendente humor nero.

Come Jack Torrance, Ohm è uno scrittore che cerca un luogo per finire la sua opera e ci trova i propri demoni. Come Mike Enslin di 1408, deve fare i conti con ciò in cui non voleva credere. E come i migliori protagonisti di questo filone, comprende che l’unico modo per affrontare l’oscurità è, alla fine, guardarci dentro.

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Il Film

“Non è la strega il vero pericolo, ma ciò che risveglia” Quando lo scrittore Ohm Bauman (Adam Scott) arriva in una remota locanda nel cuore dell’Irlanda per spargere le ceneri dei suoi genitori, quello che dovrebbe essere un semplice viaggio di commiato si trasforma rapidamente in un incubo. Tra traumi passati e presenze oscure, il malcapitato sarà costretto a fare…

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