Guest Post
Intervista
“Il potere vuole dividerci”: l’intervista al regista di Yellow Letters

Ora al cinema, “Yellow Letters è un avvertimento rivolto a tutti noi”, spiega il regista İlker Çatak prima di vincere l’Orso d’Oro a Berlino. L’intervista di Carlo Giuliano.

Di Carlo Giuliano*

Il caro vecchio “divide et impera”, cioè uno dei più antichi strumenti usati dal potere per vincere senza neanche combattere: semplicemente portandoci a combattere fra di noi, a spaccarci, a farci la guerra. È il gioco più vecchio del mondo eppure ci caschiamo ogni volta. E i suoi tentacoli si estendono a tal punto da raggiungere persino il più solido, unitario e primigenio dei sistemi sociali: la famiglia, il matrimonio. Di questo parla il nuovo film di İlker Çatak dopo la candidatura all’Oscar per l’ottimo La sala professori. Ce l’ha detto nel corso di un’intervista al Festival di Berlino appena pochi giorni prima di vincere l’Orso d’Oro come Miglior Film.

Ambientato in Turchia ma girato in Germania, Yellow Letters ha per protagonisti Derya e Aziz, rispettivamente un’attrice e un regista di teatro – nonché marito e moglie – che perdono il lavoro a causa delle loro posizioni politiche. Il crimine? Essersi schierati contro la guerra. Ma con una figlia a carico e il portafoglio sempre più vuoto, quel licenziamento li costringe a una scelta: alzare la testa di fronte all’ingiustizia, o chinarla. Quel bivio morale spaccherà in due il matrimonio.

İlker Çatak mette l’accento su questa spaccatura, sul ruolo dell’arte nel nostro tempo e su quei privilegi che credevamo acquisiti una volta per tutte nelle cosiddette “democrazie occidentali”, minacciati invece ogni giorno di più, da processi autoritari sempre più diffusi.

Yellow Letters porta il cinema di denuncia nella sfera di coppia, fra le quattro mura domestiche. Sei partito dalla storia d’amore o dall’aspetto politico?

È nata come una storia d’amore. Ho sempre voluto fare un film sul matrimonio. Quella matrimoniale è una sfera che mi ha sempre affascinato molto. Perché sa essere uno spazio così dolce, amorevole e tenero; e allo stesso tempo può diventare così difficile, duro, cattivo. Le persone arrivano a farsi cose orribili a vicenda. Forse perché nei momenti di maggiore difficoltà, la conseguenza di tutto quell’amore è di risolversi nel suo opposto. Di diventare odio e risentimento. Tutti questi aspetti vanno a comporre una dinamica relazionale che affascina ogni narratore. O almeno per me, essendo sposato, era di facile immedesimazione. E il fatto di aver scritto il film assieme a mia moglie Ayda ha reso il tutto ancor più entusiasmante, perché ovviamente traevamo ispirazione dalla realtà. 

E il racconto politico, a che punto del processo si è inserito?

È stato fondamentale il contributo di un terzo sceneggiatore che abitasse in Turchia. In questo senso, il valore aggiunto dato da Enis Köstepen è stato sostanziale. Lui è una persona molto politicizzata, tiene traccia costante di ciò che avviene in Turchia e ci ha fornito i giusti riferimenti, ci ha indicato le persone giuste con cui parlare e ha fatto da base a tutta la nostra ricerca. La sceneggiatura stessa del film è una fusione di questi due punti di vista e si risolve in una domanda fondamentale: come possiamo mettere in scena l’incrinatura di un matrimonio, dall’interno, a causa dell’influenza esterna della repressione politica? E più ancora: come fanno i nostri leader a essere così bravi a dividerci, tanto da dividere persino un matrimonio? Questo è il tema del film. E l’approccio che abbiamo seguito è simile al fine-tuning: abbiamo adattato un ampio sistema di dati su un database più piccolo, proiettando le dinamiche del macrocosmo politico nel microcosmo familiare, nella dimensione privata, nel rapporto a due. E infine abbiamo creato il bivio morale, di modo che il pubblico potesse sentirsi direttamente coinvolto e chiamato in causa rispetto alle scelte dei protagonisti. Abbiamo fatto in modo che l’opinione di spaccasse in due: metà del pubblico avrebbe parteggiato per lei, metà per lui e da questa incompatibilità di visione nasce il dilemma etico e la discussione morale. 

Parlando ipoteticamente, vedi Derya e Aziz come una coppia ideale, che si spacca solo a causa di questa pressione esterna? O ci sono altri fattori?

Credo che l’essenza e il carattere di un personaggio, e questo si vede costantemente anche nella realtà, si disveli nei momenti di difficoltà. È quando le cose ci vanno male, che mostriamo chi siamo veramente. E tanto più Derya e Aziz sono messi sotto pressione, vedono accumularsi le bollette e ridursi il portafogli, quanto più rivelano chi sono al di fuori della loro retorica. Quel marito che faceva di tutto per sembrare quest’uomo moderno e femminista, tutto all’improvviso esplode in questo delirio tossico di onnipotenza che lo porta a dire a sua moglie, alla donna che ama: “Io ti ho creata, non saresti niente senza di me”. Non credo sarebbe mai arrivato a dirlo se tutto fosse andato liscio. È questo ciò che amo del cinema e che amavo anche de La sala professori: quando un film mette i suoi protagonisti sotto pressione e fa emergere le cose per ciò che sono e non per ciò che vogliono apparire.

Pensando proprio alla contrapposizione fra l’idealismo di Aziz e il realismo di Derya, in chi dei due ti rivedi di più?

Mi rivedo in entrambi, altrimenti non credo sarei riuscito a scrivere questi due personaggi. Ma una cosa mi distingue da entrambi: non ho figli. Nella vita posso permettermi il lusso, a differenza loro, di dover decidere solo per me stesso. Trovandomi nella loro situazione, dovendomi occupare di una figlia, mi domando quanto riuscirei a resistere nel mio idealismo prima di crollare. Se per esempio vivessi in un Paese in cui l’educazione scolastica è privata e ti richiede molti più soldi di quelli sufficienti in welfare state… non riesco a immaginare come reagirei in quei contesti. Posso rispondere solo per la persona che sono adesso, nel luogo e nel contesto in cui vivo in questo momento. Tutto questo considerato, mi posso permettere il lusso di rimanere un idealista. E me lo posso permettere anche perché mi faccio bastare una vita semplice. Se avessi bisogno di più soldi per mantenere uno stile di vita oltre le mie possibilità, avrei già iniziato a fare film per tutti i vari Amazon e Netflix di questo mondo. Impallidisco quando vedo il Washington Post smembrato e silenziato da Jeff Bezos, oppure quando esce un documentario sulla moglie del Presidente che non è altro che propaganda della peggior specie. Non so come farei a gestire il conflitto morale che mi nascerebbe dal lavorare con gente così. Ma… tornate a farmi questa domanda, dovessero offrirmi la regia dei nuovi film di James Bond. 

Tutti hanno un prezzo, questo è il mio”?

Esatto. Quello che voglio dire è che tutti possono cedere alle seduzioni. Non mi considero certo un santo, ma quantomeno mi sento di poter dire di star facendo i film che voglio fare. Dopo la candidatura all’Oscar per La sala professori, mi si era aperta la possibilità di lavorare negli Stati Uniti, con grandi studios e così via. Ma ho scelto. Ho scelto di fare questo film. Mi sono concesso il lusso di fare un film che non assecondasse o coccolasse il pubblico. Posso guardarmi allo specchio e andare fiero almeno di questo, di aver protetto la mia integrità artistica, di non essermi venduto o non aver svenduto un progetto a cui ho lavorato per molti anni. Abbiamo iniziato le ricerche su questo film nel 2021, ancor prima di iniziare le riprese de La sala professori. E durante la post-produzione de La sala professori, ho scritto la prima bozza di sceneggiatura per Yellow Letters. Avevo bisogno che fosse questo film e non un qualunque film hollywoodiano. Magari succederà, prima o poi ne farò uno anch’io, ma mi sentirei come… come se stessi uccidendo un bambino.

Yellow Letters è ambientato in Turchia, ma la repressione che racconta non sembra delimitata solo al contesto di una democrazia illiberale. È solo un’impressione o voleva avere un respiro globale?

La storia dell’Occidente si fonda sulla repressione. È qualcosa di radicato in questo continente, che eravamo riusciti a debellare parzialmente attraverso un lento processo di civilizzazione e che eravamo convinti non potesse tornare, una volta ottenuta la conquista della democrazia. Ma può tornare e sta tornando. Lo vediamo in Germania, lo vediamo negli Stati Uniti. È ormai evidente a chiunque, che non si tratti più di un problema localizzato. Per me questo film è un allarme: succederà anche qui e sta già succedendo. C’è un assalto in corso alle accademie, all’arte, alla libertà di espressione. Li credevamo valori acquisiti, dimenticando che molte persone hanno versato sangue perché li ottenessimo. Quei valori non ci sono stati concessi, li abbiamo strappati con le unghie e con i denti. E ora cercano di riprenderseli. È il momento di darsi una svegliata e sviluppare coscienza politica, altrimenti…

È per questo che ha voluto specificare le location del film, Berlino a modello di Ankara e Amburgo a modello di Istanbul? Come a dire: “Non è solo la Turchia, è anche la Germania”.

È così, ma anche perché se ci pensi, frontiere e confini sono solo un’illusione. Alcuni uomini se ne uscirono con l’idea che si dovessero segnare dei confini. Ma è un preconcetto artificiale, non trova riscontro nell’assetto naturale: respiriamo la stessa aria, siamo scaldati dallo stesso sole. Eppure abbiamo sviluppato questa idea della spartizione e della conquista di quel posto al sole. Questo era un primo motivo e doppiamente perché viviamo in un mondo globalizzato, potenzialmente non c’è differenza fra Turchia e Germania. Il secondo motivo ci veniva da quelle recensioni in cui leggi: “La colonna sonora è protagonista”. Oppure: “La città è un personaggio al pari degli altri”. È un modo di dire, ma abbiamo pensato: “Perché non renderlo fattuale? Perché non dare alla città una caratterizzazione come faremmo con un personaggio?”. Ci piaceva l’idea e l’abbiamo fatto. L’ultima ragione è che era un modo per alleggerire lo stress dell’operazione di delocalizzazione che stavamo andando a fare, e renderla giocosa e parte integrante della narrazione.

Stai dicendo che non avresti potuto girare in Turchia? Özgü Namal e Tansu Biçer, i due attori protagonisti, rischiano ripercussioni in patria?

Non lo sappiamo ancora, dobbiamo aspettare e vedere. Speriamo che il film venga inteso per ciò che è, non come una denuncia ma come un invito al dialogo. Ma avremmo potuto girarlo in Turchia. Non è stata neanche una ragione economica, come quando per risparmiare giri a Toronto spacciandola per New York. Probabilmente avremmo anche speso meno a girare lì, dove l’Euro è una moneta molto forte e ci avrebbe dato maggior potere d’acquisto. Ma il motivo per cui abbiamo creato questo parallelismo fra Germania e Turchia aveva un fine preciso, e cioè di risultare significante a livello narrativo. Ci avrebbe permesso di raccontare una storia di repressione apparentemente lontana e traslocarla in Germania, dare l’impressione che fossimo effettivamente anche a Berlino e Amburgo, e far così sorgere la consapevolezza… che può succedere anche qui. Ci siamo ispirati a film come Dogville di Lars von Trier oppure Transit di Christian Petzold, pellicole al di fuori di un tempo e uno spazio canonico. È sempre una scommessa, perché non sai mai se il pubblico capirà, come risponderà a quello straniamento. Ma proprio per questo la ritenevamo una mossa coraggiosa. Questo è il tipo di cinema che voglio fare.

Cosa cerchi nel tuo cinema?

Citerò uno dei miei registi di riferimento, Nuri Bilge Ceylan: “Il cinema è l’utilizzo di elementi artificiali e di finzione, con l’obiettivo di arrivare a una qualche sorta di verità”.

E condividi, traslata dal teatro al cinema, la frase che sentiamo nel film, secondo cui l’arte salverà il mondo?

 Ti rispondo con una domanda: perché pensi che i politici stiano portando avanti questo assalto alla giugulare della cultura? La cultura è ciò che ci plasma, è ciò che ci rende quello che siamo. Ha plasmato me, che sono cresciuto guardando film fin dall’infanzia. Il cinema mi ha dato un sistema di valori e credenze, il mio compasso morale. Forse oggi non ha lo stesso potere prorompente, perché molto se non tutto è predeterminato e indirizzato da algoritmi e modelli di indottrinamento che sono molto più precisi, subdoli e invisibili nel riplasmare le nostre menti. Ma il comportamento adottato dal potere nei confronti dell’arte, quello stesso potere che sta provando a riprogrammarci culturalmente e moralmente, mi dice che l’arte, il cinema, il teatro e tutto ciò che ha a che fare con la sfera culturale, siano l’unico ostacolo fra loro e il raggiungimento del loro scopo.

Yellow Letters vi aspetta, ora al cinema.

 

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
Potrebbe interessarti


Il Film

La vita di Derya e Aziz, una celebre coppia di artisti turchi, viene sconvolta all’indomani della prima del loro nuovo spettacolo. Improvvisamente finiti nel mirino dello Stato, Aziz, che è anche professore all’Università di Ankara, riceve una “lettera gialla” che lo informa del suo licenziamento. Costretti a trasferirsi a Istanbul, senza lavoro, i due devono ridefinire il loro stile di…

Newsletter

Iscriviti alla newsletter per tutti gli aggiornamenti: le nuove uscite, i film in arrivo, gli eventi, le anteprime esclusive e gli incontri in sala

Articoli più letti

©2026 LUCKY RED S.r.l. tutti i diritti riservati | Etica aziendale
Largo Italo Gemini, 1 00161 Roma T. 063759441 F. 0637352310 info@luckyred.it

Stiamo arrivando!

Iscriviti alla newsletter per tutti gli aggiornamenti: le nuove uscite, i film in arrivo, gli eventi, le anteprime esclusive e gli incontri in sala

Newsletter

Iscriviti alla newsletter per tutti gli aggiornamenti: le nuove uscite, i film in arrivo, gli eventi, le anteprime esclusive e gli incontri in sala