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Un anno di scuola: il cinema dell’adolescenza e del perturbante femminile

L’opera seconda di Laura Samani mette in scena come una femminilità indomita e in cerca di risposte possa interrogare le contraddizioni di una piccola comunità maschile, svelandone il vero volto.

di Davide Stanzione*

“La donna è proprio situata là, in quel punto dove comincia la parte oscura dell’uomo, cioè la sua zona d’ombra”: sono parole citate da una celebre intervista di Federico Fellini che, rifacendosi allo psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung, identifica nel femminile un elemento misterico in grado di interrogare tutte le fragilità del maschile, chiamandone in causa la parte meno lucida e razionale e risultando un’immagine difficilissima da proiettare. Sono parole che tornano utili per inquadrare il modo in cui maneggia l’essere donna il nuovo film della cineasta triestina Laura Samani, che con Un anno di scuola risale proprio all’origine di tale meccanismo mostrando cosa accade quando una donna esterna si ritrova a scardinare una comunità maschile chiusa e fortemente codificata, come può essere quella di una piccola istituzione scolastica. 

Siamo a Trieste, nel settembre 2007. Fred, diciottenne svedese, arriva in città per frequentare l’ultimo anno di un istituto tecnico e si ritrova a essere l’unica ragazza in una classe di soli maschi, attirando le attenzioni di tre ragazzi molto diversi tra loro come il seduttore incallito Pasini, il più mite Mitis e l’introverso e sensibile Antero. Il suo italiano perfettamente leggibile ma con un forte accento straniero, ovviamente mischiato con l’inglese e lo svedese, crea immediatamente uno straniamento linguistico cortocircuitando con i vari dialetti del Friuli-Venezia Giulia che costituiscono il cuore pulsante dell’universo poetico di Samani, che già nel suo esordio Piccolo corpo aveva usato la sua regione come territorio metafisico attraverso cui il femminile si trovava ad andare in cerca di un’estrema e salvifica legittimazione spirituale: l’odissea di una giovane ragazza desiderosa di battezzare a tutti i costi la sua bambina nata morta, alla fine dell’800. 

L’essere naturalmente terra di confine fa di Trieste la piattaforma ideale, sul piano narrativo, storico e letterario, per indagare la coesistenza di diverse sensibilità linguistiche e dunque anche antropologiche e culturali. Lo vediamo chiaramente nelle interazioni di Fred con gli altri personaggi che la circondano, segnate da dinamiche di reciproca attrazione e seduzione ma anche di scontro e di conflitto. La lingua, in tal senso, può fungere da scossa improvvisa, da monito di riconoscimento, come quando al culmine di una lite per aver baciato un altro ragazzo (solo come gioco, dice lei), Antero le intima di parlare in italiano e lei risponde: “Tu parlami svedese, allora”. 

La fonte d’ispirazione di Un anno di scuola è il romanzo omonimo di Gianni Stuparich, già adattato in una miniserie Rai del 1977 di Franco Giraldi e qui ri-trasposto in un copione che Samani firma insieme a Elisa Dondi. Nel libro dell’autore, triestino e studente del locale Liceo Ginnasio Dante Alighieri come Samani, siamo però nel 1910, anno in cui la possibilità d’iscrizione alla scuola pubblica venne estesa anche alle studentesse, mentre la scelta di optare per il 2007 – oltre che una chiara appropriazione identitaria nell’ottica di attualizzare il rapporto – allude forse all’ingresso della Slovenia nell’area Schengen, promuovendo naturalmente ancora di più la naturale commistione di italiano, dialetto friulano e sloveno che vediamo nel film, dove la protagonista non è più l’Edda Marty austriaco-slovena del libro ma una ragazza svedese, il cui padre lavora come tagliatore di teste per una filiale triestina della sua divisione industriale.

Se la lingua è dunque uno dei termometri principali del cinema della regista, lo stesso si può senz’altro dire della sua attenzione a vibrazioni e slittamenti degli stati d’animo, che trovano una tavolozza ideale nel volto espressivo e sempre cangiante della protagonista Stella Wendick, specie quando si ritrova a specchiarsi negli sguardi più cupi e affascinanti dell’Antero di Giacomo Covi, premiato come miglior attore della sezione Orizzonti alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia. Nell’inquadrare le loro dinamiche di attrazione erotica e sentimentale Samani sceglie la via di un naturalismo limpido e quieto, che si tiene a debita distanza da ogni eccesso di carnalità e di pedinamento ma anche da eccessive sottolineature filosofico-esistenziali, trovando la sua ideale via di mezzo tra la fisicità traboccante di vita di Kechiche e il più tenue sguardo esistenziale di Rohmer. 

Nel suo destreggiarsi all’interno di un nucleo di relazioni che la porta a fare i conti con tre prototipi di mascolinità molto diversi tra loro, Fred preserva sempre e comunque il potere perturbante della propria femminilità, finendo col catalizzare gli sforzi di tutti e con l’incrinare anche il rapporto non semplice con la figura paterna. La pluralità dialettica nel film sta nel proporre lo spaccato credibile di un microcosmo laboratoriale di conflitti adolescenziali, in cui il mondo è senz’altro un sistema più ampio delle singole rappresentazioni, come viene esplicitamente detto: una sommatoria di sensazioni fragili e sfuggenti, preziose nella loro caducità, forse proprio perché irripetibili, in grado di emanare il bagliore di una felicità che non vive di realizzazioni e di percorsi solidi ma di quegli attimi irrilevanti che l’hanno nutrita. 

“A noi che pensiamo alla felicità come ad un’ascesa, saremo delusi quando una cosa felice cade”, leggerà lo stesso Antero a Fred all’apice platonico del loro innamoramento che gli dischiuderà da lì a poco anche la felicità, mostrando la propria sensibilità letteraria in barba alla carriera di perito edile che sembra aver scelto, riassumendo e sentenziando anche a chiare lettere che «Quando qualcosa è felice ce la godiamo, quando è triste ne scriviamo». In questa flagrante presa di coscienza, che dà ai personaggi una raffinata cornice tanto meta-letteraria quanto meta-cinematografica, sta anche il senso di tutto l’adattamento e la sua vocazione a cercare nell’adolescenza una certa dose di immanenza ma anche il fuoco sacro e il serbatoio definitivo di ogni creazione artistica. 

La frattura tra la realtà e la sua ricodificazione artistica è dunque, ancora una volta, tutta linguistica. Dal parlare le lingue straniere nasce dopotutto anche il trauma fondamentale alla base dello spaesamento di Fred, tanto quanto nel romanzo le mutazioni storiche e sociali dei territori dell’epoca, animati da spinte secessioniste con l’ombra del conflitto mondiale alle porte, causavano l’alterità di Edda rispetto alla realtà in cui si trovava catapultata. Alla scrittura del film contribuisce in maniera definitiva anche la sua colonna sonora, che incrocia musicisti friulani e gruppi indie rock e post punk dell’epoca come The Great Complotto, Mellow Mood e Tre Allegri Ragazzi Morti, con una cover di Più niente dei Prozac+ impreziosita da un intervento finale di Elisa. 

La capacità di Un anno di scuola di intercettare una singolare prosa cinematografica sta anche tutta nella freschezza del suo cast, non professionisti privi di esperienze pregresse nella recitazione, scoperti nei bar o notati a scuola: i loro volti sono, in termini di freschezza e novità, energia pura, rinnovata e ad alto voltaggio, nella media inflazionata dei soliti volti del cinema italiano, capaci di suggerire fin dai lineamenti quell’istantaneo lampo di novità e di purezza acerba e non ancora domata, spaventosamente affine a quelle pratiche delle “prime volte” che il film racconta e di cui il cinema da sempre si nutre.  

 

*Critico cinematografico siciliano classe 1993, Davide Stanzione è una firma assidua del mensile Best Movie, co-fondatore del dizionario di cinema online Longtake e membro del comitato di selezione del Torino Film Festival. Si occupa di curatela e programmazione per festival e sale d’essai, tra cui il Sulmona International Film Festival e il CineTeatro Baretti di Torino. Ha scritto, recensito e intervistato per varie testate di settore, pubblicando anche saggi all’interno di monografie e riviste dedicate a registi. Ha ideato un percorso formativo sul linguaggio filmico e sulla critica cinematografica per studenti liceali, ed è stato co-curatore del SiciliAmbiente Film Festival e moderatore dei dibattiti al festival Roseto Opera Prima.
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