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Come nacque Fino all’ultimo respiro

Con Nouvelle Vague Richard Linklater ci porta sul set di Fino all’ultimo respiro di Godard. Scopriamo come nacque quel film rivoluzionario, nell’approfondimento di Fabio Ferzetti.

Di Fabio Ferzetti

Quando esce Fino all’ultimo respiro, il 16 marzo 1960, Jean Luc Godard non ha ancora 30 anni mentre il cinema va per i 65. Dall’incontro fra un esordiente quasi giovane e un mezzo quasi vecchio nasce un film che non avrebbe lasciato nulla come prima. Né il cinema, né gli spettatori. Anche il protagonista, un certo Jean-Paul Belmondo, ha solo 26 anni, mentre la ragazza per cui perde la testa, un’americana che vende il New York Herald Tribune sugli Champs-Elysées, ne ha appena 21. Si chiama Jean Seberg e i più attenti l’hanno notata in due film del grande Otto Preminger, Giovanna d’Arco e Bonjour Tristesse, dal best-seller di Françoise Sagan. L’incontro fra l’ex-boxeur di talento e la promessa di Hollywood oggi sembra scontato ma non lo era. A imporre un’attrice di nome è infatti il produttore Georges de Beauregard, unico “adulto” in campo. Un personaggio pittoresco, sempre sull’orlo del fallimento, che scommette su quel debuttante timido e sfacciato, zeppola, parlantina e lenti fumées.

Godard infatti non è uno qualunque. È uno dei nomi più in vista della banda dei Cahiers du cinéma, la rivista che combatte il cosiddetto “cinéma de papa”, ben fatto ed inerte. Ma è stato anche addetto stampa della Fox, incarico bruciato per togliersi lo sfizio di dire in faccia a un collega, davanti a una platea di pezzi grossi, che il suo film faceva schifo (“dégueulasse”, parola chiave anche in Fino all’ultimo respiro). Leggenda vuole che a conquistare il futuro produttore sia stata proprio tanta sfrontatezza. Chissà. Fatto sta che À bout de souffle nasce (e cresce) avventurosamente. Un fatto di cronaca, due chiacchiere in métro fra Godard e l’amico François Truffaut, poche pagine buttate giù da Truffaut ma accantonate per girare I 400 colpi, quindi cedute al sodale dei Cahiers.

Premiato a Cannes nel maggio 1959, l’esordio di Truffaut precede infatti quello di Godard, ma sarà quest’ultimo a sancire la nascita della Nouvelle Vague, e si capisce. Truffaut era un narratore nato. Un romanziere con la macchina da presa. Godard spezza il racconto a colpi di idee, digressioni, salti di montaggio. La prima versione di Fino all’ultimo respiro dura 130 minuti. Quella definitiva meno di 90. Ma Godard non sopprime nessuna scena. Taglia “dentro”. Asciuga, concentra, riparte. Insomma trasgredisce ogni regola. Sulle note jazz di Martial Solal, Fino all’ultimo respiro coglie e insieme inventa un nuovo modo di guardare, o forse di vivere. Il passaggio però non è indolore. Sul set il regista spesso sembra fare di testa sua. Riscrive dialoghi. Pianta tutto a metà giornata perché non ha idee. Fa piangere la segretaria di edizione. Va e torna da Roma in 24 ore per assistere alla prima del Generale Della Rovere di Rossellini. Il produttore finisce per saltargli al collo quando lo incontra al bar credendolo malato. Rischia di andare anche peggio con Jean Seberg, che sulle prime non capisce. Luci al minimo, niente trucco né presa diretta, un regista “sciatto”, che non la guarda mai negli occhi. Anche se alla fine l’attrice ammette: “È così diverso da Hollywood che divento del tutto naturale”. In fondo il segreto è qui.

Fino all’ultimo respiro abolisce l’armamentario del cinema per andare all’essenziale. Il set è leggero. Non ci sono proiettori o binari. Le carrellate si fanno piazzando su una sedia a rotelle il fido Raoul Coutard, già fotografo di guerra in Indocina. Il cinema però – il suo mito – vive forse per la prima volta negli sguardi dei protagonisti, nei loro gesti, nel modo in cui Belmondo sogna di essere un po’ Jean Gabin e un po’ Humphrey Bogart. Non a caso il film è dedicato alla Monogram, casa specializzata in noir di serie B come Gun Crazy di Joseph Lewis, che Godard venerava. Il resto è storia, anzi leggenda. Anche se il film quando esce spacca in due Parigi. Tra gli estimatori spiccano Sartre, Duras, Cocteau. Sadoul. Qualcuno però ha detto no a Godard. Per esempio il romanziere che avrebbe dovuto impersonare il grande scrittore interpretato dal regista Jean-Pierre Melville. Nientemeno che Louis-Ferdinand Céline.

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