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I disaster movie raccontano molto più di quel che pensate

Greenland – Migration è al cinema: l’ultimo tassello di un genere che usa l’intrattenimento per lanciare un allarme sul futuro del mondo.

Di Carlo Giuliano*

Di questi tempi si fa un gran parlare di Groenlandia, un “pezzo di ghiaccio” da cui sembrano dipendere il destino del mondo. Il fatto che Greenland – Migration esca al cinema proprio in questo periodo è una semplice coincidenza, ma la Groenlandia rimane l’ombelico del mondo. Lì, dove la famiglia Garrity si era rifugiata dopo che un meteorite killer aveva colpito la Terra nel precedente film del 2020 con protagonisti Gerard Butler e Morena Baccarin. 

Anni dopo, il bunker che li ha protetti non sembra più sostenibile e i Garrity sono costretti ad avventurarsi in questo mondo post-apocalittico in cui la società è crollata, le radiazioni extraterrestri sono al limite e causano tremendi cataclismi. Insomma, radiazioni a parte – almeno per ora – lo scenario non sembra molto distante dalla realtà. La speranza, quella di trovare una Terra Promessa da qualche parte in Francia, dove le radiazioni non arrivano e la ricostruzione possa cominciare.

Come vuole il titolo, questo secondo capitolo di Greenland è un film che parla innanzitutto di migrazione. Questo viaggio fra mille pericoli e intemperie che la famiglia Garrity è costretta ad affrontare, minacciata da ogni parte e guardata con diffidenza, vedendosi chiudere tutte le porte in faccia. Anche qui, la finzione filmica segue tristemente la realtà dei fatti. Ma non c’è da stupirsi. Perché il cinema catastrofista ha radici antiche e ambizioni molto più nobili di quanto si possa pensare. Fin dalla sua esplosione negli Anni ’90, anticipava temi come la crisi climatica, l’urbanizzazione incontrollata, la sproporzione di risorse e ora anche i flussi migratori. E la colpa è nostra perché, come ci ha detto di recente anche Adam McKay, il meteorite è solo una metafora. Il meteorite siamo noi.

Le origini del cinema catastrofista

Come detto, il genere affonda le sue radici in tempi antichi, fin da quando l’uomo ha iniziato a costruire metropoli e grattacieli, sviluppando la paura che potessero crollare e immortalando quella paura attraverso il mezzo cinema, arte di massa in piena esplosione. L’anno di nascita viene fatto risalire al 1933, in cui esce al cinema La distruzione del mondo a firma Felix E. Feist. Adoperando grandi modellini e tutta l’inventiva dell’effetto speciale pratico, Feist mostrava intere città crollare a causa di uno sconvolgimento delle maree, a sua volta causato da un’eclisse solare.

Fin qui, nulla che dipenda direttamente dall’uomo, perché anche solo l’idea che la Rivoluzione Industriale stesse avvelenando il pianeta attraverso un massiccio impiego di carbone, era ben lontana dall’imporsi. Tuttavia, un grandissimo ruolo in questa prima fase del cinema catastrofista lo hanno le grandi costruzioni. Navi, grattacieli: l’uomo inizia a capire che “the bigger, the weaker”. Che tanto più è grossa la tua infrastruttura, quanto più farà danni quando crollerà sotto il peso di madre natura. Non è ancora: “Non far arrabbiare madre natura”. Ma piuttosto: “Non sfidare madre natura”.

Questo si vede benissimo nei primi due film che inaugurano, negli Anni ’70, una nuova fase del cinema catastrofista, dopo una momentanea scomparsa dovuta anche al monopolio del genere peplum nel kolossal. Nel 1972 prima e nel 1974 poi, escono in sequenza L’avventura del Poseidon e L’inferno di cristallo. Due film con al centro grandi opere d’ingegneria colpite da una calamità – una nave da crociera da un’onda anomala, un grattacielo da un incendio – ed entrambi con un cast stellare: vi prendono parte star come Gene Hackman, Steve McQueen, Paul Newman, Faye Dunaway, Fred Astaire e chi più ne ha più ne metta. Sono puro cinema di massa che metteva in guardia l’umanità da una crescente hubris, tracotanza.

Gli Anni ’90 e l’avvento di Roland Emmerich

All’inizio degli Anni ’90 si verificano due accadimenti. Da un lato, l’avvento della computer grafica apre grandi prospettive e sposta in avanti i limiti dettati fino a quel momento dall’effetto speciale pratico. Ma come sempre, uno strumento è inutile se non c’è qualcuno che lo sappia maneggiare. E qui arriva il secondo accadimento, apparentemente di poco conto, che cambierà il volto del genere catastrofista. Quel volto ha le sembianze di un regista tedesco semi-fallito, che in Europa aveva tentato di proporre una serie di film tra l’apocalittico e il fantascientifico, raccogliendo una serie di flop. Quindi, sconfortato da questo pubblico europeo troppo colto, che non ha forse così tanto bisogno di un cinema blockbuster che lo illumini su problemi sociali che conosce già, questo regista prende baracca e burattini e si trasferisce a Hollywood. Il suo nome è Roland Emmerich.

Emmerich è l’assoluto protagonista del cinema catastrofista Anni ’90 e rimane probabilmente come il regista simbolo di questo genere. Pensate che nel solo triennio 1996-1998 escono in sequenza: Independence Day, Twister, Volcano, Dante’s Peak, Titanic, Armageddon, Deep Impact e Godzilla. Due portano la firma di Emmerich, due hanno al centro un meteorite, due un vulcano che erutta e distrugge ogni traccia di civilizzazione al suo passaggio, compreso Hollywood Boulevard a Los Angeles. Ciascuno di questi film mette in scena una moltitudine di catastrofi o disastri naturali (eruzioni, tornado, meteoriti, alieni e naufragi) e ciascuno serba un messaggio leggermente diverso, ma la hubris umana rimane il punto di collegamento.

Titanic di James Cameron torna a ricordare che nessuna nave è inaffondabile; Independence Day fa tremare la sicurezza dell’apparato di risposta militare statunitense; Dante’s Peak e Volcano introducono il tema dell’urbanizzazione incontrollata, suggerendo che forse sarebbe meglio non costruire intere città nelle prossimità dei vulcani. Infine il tanto bistrattato Godzilla con Jean Reno e Matthew Broderick: questa versione occidentale del mostro nipponico nato proprio per rappresentare il trauma giapponese, di fronte alla distruzione causata bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. La variante di Emmerich viene criticata perché somiglia più a una lucertola che a un kaiju, ma le scene d’apertura sui test nucleari americani nel Pacifico – le cui radiazioni hanno effettivamente mutato una piccola lucertola in qualcosa di mostruoso – sono di sicuro impatto e denuncia. E a essere colpita poi, è la più grande città del mondo, il simbolo di una malriposta fiducia che il progresso si possa sempre spingere più in alto: New York.

Clima, divario economico e migrazioni

Verso la fine degli Anni ’90, il mondo prende coscienza del crescente allarme climatico e sarebbe bello pensare che questi film abbiano contribuito. Nel 1997 viene firmato infatti il Protocollo di Kyoto, uno dei più importanti protocolli di riduzione dell’inquinamento su cui, il cinema catastrofista, spinge nel nuovo millennio. Nel 2004 e nel 2009 escono infatti, entrambi a firma Roland Emmerich, The Day After Tomorrow e 2012. In entrambi si affaccia definitivamente la responsabilità dell’uomo nell’evoluzione dei processi climatici e il secondo vuole essere un po’ la summa di tutte le catastrofi portate al cinema fino a quel momento. Ma c’è anche qualcosa in più oltre all’allarme climatico: la critica sociale. 

Non ci spingeremo a definirlo socialista, ma nel corso di molte interviste, Roland Emmerich ha sempre ribadito che il suo era un cinema “contro i ricchi”. Detta meglio, un cinema di massa che qualunque americano sarebbe andato a vedere per il solo gusto di godersi un po’ di sano intrattenimento. L’avrebbe trovato e non si sarebbe sorbito la morale. Eppure, due sentimenti avrebbero fatto breccia: la paura e il senso di ingiustizia. Perché gran parte dei disaster movie hanno al centro una famiglia con la stessa chance di sopravvivenza del restante ceto medio: nessuna. In questi film sono i ricchi, i generali, i potenti a potersi salvare, mentre la gente comune – cioè lo spettatore medio, direttamente chiamato in causa – muore a milioni. I disaster movie rimangono infatti fra gli ultimi film hollywoodiani in cui si muore alla grande, e si mostra. Si deve mostrare.

 

Il cinema catastrofista è un Cavallo di Troia, fra gli esempi più alti di come un cinema di massa disimpegnato possa essere usato per arrivare alla pancia della gente con tematiche impegnate. Semplicemente dicendogli: ti stanno fregando, ti stanno avvelenando il pianeta, ci stanno facendo un sacco di soldi e quando arriverà il momento di pagare il conto, con quei soldi si saranno comprati una suite sull’arca della salvezza per la modica cifra di 1 fantastiliardo di dollari. E tu, amico mio, tu e la tua famiglia, non vi salverete. La paura. Come ci aveva già detto James Cameron in Titanic: la terza classe non sale sulle scialuppe. Sempre ammesso che, dal disastro globale cui andiamo incontro, ci siano scialuppe su cui salvarsi.

Certo, un po’ di speranza resta sempre: di un futuro, di poterci fermare prima del baratro o quantomeno di una ricostruzione, dopo la caduta. È la speranza a guidare Greenland – Migration: una lettura inedita all’interno di un genere capace di intrattenere e far pensare allo stesso tempo. Ora al cinema.

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
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